RITORNO A MT. ST. MICHEL

Racconto di Gian Marco Bragadin

Ho compiuto tanti pellegrinaggi verso i luoghi dello Spirito, alla ricerca delle misteriose energie che essi sprigionano. In questi posti si respira la fede e la sofferenza di milioni di pellegrini, che per secoli si sono recati dal Santo, dall’Angelo o da Maria per ottenere il perdono per i loro peccati, e prendere la forza per le speranze e i sogni della loro vita.

 

Sono luoghi magici, incontri che tutti dovremmo fare, ad Assisi o a Fatima, a Lourdes o a Santiago, dove è scesa la Luce e la presenza divina diventa un’esperienza che ci cambia, se sappiamo andare oltre la “gita” parrocchiale, le bellezze artistiche, le specialità gastronomiche.

 

Tra questi luoghi, ero attratto dal Monte dell’Arcangelo Michele, in Francia, oggi luogo turistico per eccellenza, ma che in passato era considerato uno dei pellegrinaggi più importanti.

 

Molte volte tentai di andarci, ma senza riuscirci. Fino a che un giorno, dopo aver già conosciuto S. Michele, il grande Arcangelo, a Roma e in Puglia, vicino a S. Giovanni Rotondo, arrivai finalmente a Mt. St. Michel, e potei scoprire quella che oggi viene chiamata dai francesi “la Merveille”, l’ottava meraviglia del mondo. Scoprii il gioco delle maree, che ogni giorno uniscono il monte alla terraferma e subito dopo lo isolano, e riconobbi i gabbiani, veri padroni del luogo, che, con le loro strida e il loro modo di volare facendosi portare dal vento, addolcivano il mio cuore di antico marinaio.

 

Finalmente potei salire all’Abbazia, non più meta di pellegrini e marinai, ma di milioni di turisti che ogni giorno conquistano l’isolotto per lasciarlo la sera, dopo una visita frettolosa ed una mangiata di crostacei, ostriche e della famosa frittata della Mère Polard.

 

Dall’alto sentii il desiderio di lanciarmi in volo, come i gabbiani, su quell’immensa baia piena e vuota d’acqua, per volteggiare fino verso l’angelo d’oro, che sfida i nembi ed i fulmini e da secoli trafigge il maligno con la sua spada.

 

E mentre dalla terrazza che sovrasta la baia, ero sempre più perduto nei miei pensieri e nelle mie fantasie, qualcosa cominciò ad affiorare nella mia mente, una via di mezzo tra la visione di un film fantastico e quella di qualcosa che riemergeva dal mio passato, da una vita precedente.

 

Mi lasciai andare a queste immagini, sempre più affascinato.

 

Ero a bordo di un galeone olandese, che forse comandavo, alla fine del 1600, quando improvvisamente il mare e il vento si levarono intorno a noi: era una tempesta tremenda.

 

Pur dopo aver ordinato di ammainare le vele, la enorme e pesantissima nave continuava ad essere sballottata dalle onde. I miei uomini combattevano in coperta contro gli elementi. Io mi ritirai nella mia cabina, e benché fossi un marinaio dedito più alle donne che alle cose di chiesa, mi inginocchiai e cercai le parole per pregare.

 

Molte volte, passando per quei mari, al largo della Bretagna, avevo visto un’Abbazia che sorgeva su un isolotto in mezzo alla baia di Avranches. Ed in cima alla guglia più alta, una statua, quella dell’arcangelo S. Michele, con la sua spada fiammeggiante, che dall’alto combatteva le forze di Satana, e proteggeva coloro che erano a lui devoti.

 

In un impeto di fede rivolsi all’Arcangelo la mia preghiera: “Salva la mia nave, ed io verrò in pellegrinaggio da te”.

 

La forza delle maree, che riempie e svuota quell’immensa baia dell’acqua del mare, dovette in qualche modo aiutare la mia nave. La tempesta si placò, le onde si calmarono e riuscimmo, pure malridotti, a riparare a St. Malò, un famoso porto bretone a poche miglia da Mt. St. Michel, l’isolotto di roccia su cui sorge l’Abbazia.

 

Mentre fervevano i lavori per rimettere a nuovo il galeone, feci fare da un valente falegname, un modello della mia nave e - come facevano i marinai di quell’epoca - lo portai come un ex-voto al santuario, per ringraziare S. Michele di averci dato la grazia della vita e il salvataggio del galeone.

 

Nella vasta Abbazia scoprii che, appesi alle navate, molti modellini di nave stavano a mostrare la benevolenza di S. Michele nei confronti dei marinai che transitavano per le perigliose acque bretoni.

 

Qui la visione si spense. E ripresi coscienza, commosso fino alle lacrime, per quelle immagini e le emozioni che mi era sembrato di rivivere.

 

Grato all’Arcangelo, come se fossi stato salvato un’altra volta, entrai nella antica Abbazia per ascoltare la Messa. Notai con sorpresa che le mura erano spoglie. Niente altari, statue, decorazioni. Solo le bellissime navate gotiche dritte verso il cielo, intramezzate da vetrate senza decori.

 

Una vera Cattedrale antica, che conservava intatta la sua bellezza ed il suo fascino anche ai nostri giorni, un vero luogo dello Spirito, ancora tanto visitato.

 

Poi muovendomi tra le navate vuote, scorsi là in fondo, qualcosa che pendeva dall’alto. Non era un lampadario, piuttosto una sagoma scura.

 

Mi avvicinai, con il cuore in subbuglio. Non poteva essere. No.

 

Non potevo crederci. Dall’alto pendeva il modellino del galeone, il mio o qualunque altro non importa. Unico ricordo di un grande passato. Unica eccezione in una Abbazia senza decori, quadri o altro. Unico simbolo della devozione di tanti uomini, di tante famiglie grate all’arcangelo Michele per le grazie, i salvataggi, i ritorni a casa di tanti uomini del mare.

 

Oggi la gente passa, e neanche lo vede il mio galeone, lassù nell’ultima navata della Abbazia.

 

Forse è meglio così.

 

La gente ha dimenticato che Mt. St. Michel non è solo la Merveille. Ma è uno dei più famosi luoghi di pellegrinaggio dei secoli passati. Un luogo dove gli uomini hanno ritrovato la speranza, e dove sono venuti a testimoniare la loro fede, e a chiedere all’Arcangelo di guidarli e proteggerli attraverso le tempeste della loro vita.

 

Perché non tutti abbiamo più un galeone da salvare dai flutti, ma tutti, proprio tutti, abbiamo bisogno della protezione divina dell’Arcangelo, per debellare i nostri nemici, soprattutto quelli del nostro Spirito, e spingerci verso il porto sicuro della conquista della fede.


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