HO INCONTRATO UN AVATAR

Articolo di Gian Marco Bragadin

Faceva un caldo terribile. All’Ashram di Putthaparti, in India, che poteva solitamente ospitare 5.000 persone, eravamo molti ma molti di più, accampati in un hangar, ciascuno con un pezzetto di cemento a disposizione. Uno vicino all’altro, in un ordinato miscuglio di razze, età, costumi, lingue. Più di duemila persone sotto lo stesso tetto, con gli odori pungenti creati dalle donne indiane che cucinavano a tutte le ore, i rumori di una moltitudine in perenne movimento, anche di notte, i gemiti dei bambini piccoli, il russare… E all’alba le file, a 100 per volta, davanti alle latrine… un bicchiere d’acqua a testa, per lavarsi, farsi la barba, pulire i denti.
Ero in una situazione da prigioniero di guerra, ma mi ci ero messo volontariamente.
Avevo perduto da poche settimane la mia compagna, e non sapevo come fare a lenire il dolore lacerante della sua scomparsa, dopo due anni di agonia.
Avrei fatto qualsiasi cosa, tranne uccidermi. Anche andare ad annientarmi in Tailandia, tra droghe e giovani prostitute, io che non avevo mai fumato neanche uno spinello.
Poi mi parlarono di Sai Baba. Dei milioni di devoti che aveva anche in Italia. Delle tante persone che avevano perso un figlio, una moglie, ed in lui avevano trovato consolazione e conforto. Decisi di aggrapparmi a questo scoglio, sballottato dalle onde, nel mare in tempesta. Cominciai a leggere i suoi libri, a studiare i suoi insegnamenti, a parlare con i suoi devoti; e partii per l’India, in un mese di agosto di diversi anni fa.
Come ho raccontato, l’impatto fu terribile. Non c’era neanche un materasso, e dormivo sopra un pagliericcio imbottito dai miei stessi panni e vestiti. Anzi non dormivo, non riuscivo a sopportare questo degrado del fisico. Ma il dolore dell’anima era più forte. Resistetti così a quello del fisico. Ed imparai che l’uomo può adattarsi a tutto, anche a quella vita da campo di prigionia.
In quel luogo, tra tanta sofferenza, imparai a conoscere Sai Baba. Ogni giorno ci mettevamo in fila in migliaia, per assistere al suo passaggio; le file venivano estratte ed i più fortunati andavano in prima fila. Così potevano parlare a Sai Baba, affidargli le suppliche, toccargli la veste, fargli benedire una foto. I più fortunati ricevevano la “vibhuti”, la cenere che lui creava dal nulla, tante e tante volte, e che poi distribuiva ai devoti, nelle mani, o segnando loro la fronte.
Quella vita durissima, per un mese intero, il cibo così diverso, l’attesa per gli incontri con il grande Santone, un Avatar, un vero Dio per i suoi devoti, mi avevano trasformato.
Soprattutto lo studio dell’induismo, degli insegnamenti di Sai Baba, l’incontro con tante persone disperate, altre piene di fede, mi avevano fatto capire tante cose, ma soprattutto avevo ritrovato la voglia di vivere. Il mio cuore si era rasserenato. Non sentivo più la morte della mia compagna come un evento ineluttabile, come una separazione. La meditazione mi aveva insegnato a sentirla ancora vicina, l’intuizione a sviluppare un dialogo interiore con lei.
Ero grato a Sai Baba, ai suoi devoti, per questa trasformazione. Avevo ritrovato la fede e la speranza.
Ma una cosa mi mancava. L’incontro con Sai Baba. Che alcuni fortunati ogni giorno ottenevano. E ripartivano estasiati, completamente modificati nel corpo e nell’anima.
Ormai mancavano pochi giorni alla partenza. Andai a fare la fila per assistere al passaggio del grande Avatar, che diceva: “Io sono Dio. Ma anche tu sei Dio. Io lo so, e tu ancora non lo sai”.
Avevo portato con me dall’Italia un piccolo Crocifisso, come quello che parlò a S. Francesco.
Lo volevo far benedire da Sai Baba. Mentre attendevo l’estrazione delle file, pensavo tra me al lusso, alla pompa che circondava il grande Santone. E mi dicevo: “Ma Gesù non avrebbe voluto tutto questo”. Però poi pensavo alla storia dell’India, ed alla necessità per quel popolo di esibire troni, templi superdecorati, ricchezza, perché da millenni sono segni necessari per gli indiani, sempre legati alla loro religiosità. E così giustificavo tutto quello che vedevo.
Quel giorno la mia fila fu estratta per prima. Non stavo nella pelle dalla contentezza. Quando arrivò Sai Baba gli offrii il mio Crocifisso. Lui lo guardò e mi chiamò in udienza, insieme a due donne, due sue devote, che avevano viaggiato con me.
Ero quasi shoccato. Avrei parlato, avrei potuto toccare Sai Baba, un sogno per milioni di suoi fedeli.
In udienza egli parlò a lungo con una delle sue devote, le spiegò cosa voleva per il suo Centro a Milano.
All’altra lesse nella mente che desiderava un suo dono. Le materializzò davanti ai miei occhi una medaglietta d’oro, che era rovente appena gliela diede. Venne il mio turno; non sapevo se piangere o ridere. Tutti gli sforzi di un mese stavano per essere ripagati. Avevo già memorizzato tutte le domande da fare. Avrei dovuto inchinarmi e baciargli i piedi, come fanno gli indiani, in segno di rispetto e devozione. Ma non ci riuscii. Volevo farlo, ma qualcosa me lo impediva. Non riuscivo a formulare neanche una delle domande che avevo preparato. In quel momento mi venne di chiedergli: “Ma tu chi sei? Sei davvero Dio? Un Avatar? O sei un angelo, o un demone?”
Lui mi mise una mano sulla testa e mi disse: “You are very confused, but I bless you.” (Sei molto confuso, ma ti benedico).
E l’udienza ebbe termine.
Le mie due amiche volavano dalla contentezza.
Avevano toccato il cielo con un dito.
Io invece ero distrutto, come se avessi perduto la più grande occasione della mia vita.
Col tempo capii.
Non tutti abbiamo la stessa strada.
Per me l’esperienza nell’Ashram di Sai Baba era stata fondamentale.
Il suo insegnamento mi aveva permesso di ricostruire e ridare senso alla mia vita. L’induismo, la legge del Karma, la reincarnazione, il distacco, tutti insegnamenti straordinari che mi fecero scoprire la spiritualità, mi portarono a conoscermi dentro, a comprendere che la morte non esiste, e a ritrovare il contatto con la mia amata.
Ma ora dovevo continuare da solo.
La mia diffidenza e il suo respingermi mi avevano fatto capire che non era lui la mia strada, o meglio lo era stata per un buon tratto, ma ora dovevo andare avanti da solo, nella direzione di quell’oggetto che aveva toccato, il Crocifisso di S. Francesco.
Ma questa è un’altra storia.


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